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jueves, 14 de mayo de 1998

Monica Della Volpe y Galvano Della Volpe.

Alla fine non ci sono più né Marx né Engels, 

ma l’unica cosa che conta è Cristo.

(Badessa Monica Della Volpe)


Dalla passione di Madre Monica Della Volpe per il mondo monastico nella grande diversità e unità delle sue espressioni, nasce questo libro, in cui presentiamo due testi. Il primo, La vita monastica oggi, si pone tra la Vultum Dei quaerere, che è una sintesi del passato in vista del futuro, e Per vino nuovo otri nuovi, che dà orientamenti per il futuro, come la testimonianza di un lavoro di rielaborazione del carisma. Per rispondere a questa esigenza la Madre attinge direttamente alla fonte: la Vita di san Benedetto come forma della vita monastica. Il secondo testo è costituito da tre conferenze che descrivono la vita e le abitudini della fortissima schiera dei cenobiti che è il mondo dei monaci: la Chiesa come mistero di comunione, il percorso della maturazione affettiva e lo strumento dell’obbedienza. Il testo del magistero che ne costituisce lo sfondo è l’Istruzione sull’autorità e l’obbedienza. Innanzitutto la Chiesa concepita come mistero di comunione con gli strumenti che offre: la liturgia, l’insegnamento della Badessa o dell’Abate, la vita fraterna. Da qui nasce il metodo formativo proprio di quelle scuole speciali che sono i monasteri, il cui nucleo è la responsabilità di fronte alla verità, la verità della tradizione, nell’affrontare i problemi, nel dar nome a ciò che è bene e a ciò che è male. La Chiesa, luogo abitato dal mistero della presenza di Cristo fatto carne, è anche luogo di apostolicità, cioè luogo di comunione e di amicizia, quell’amicizia con Cristo da cui nasce la fraternità.

EDITORE: Edizioni Nerbini
COLLANA: Quaderni di Valserena
DATA: Aprile 2018
PAGINE: 156
ISBN: 978-88-6434-277-1
PREFAZIONE:  Maria Francesca Righi


Testimonianza di suor Monica*, nipote del filosofo marxista Galvano Della Volpe
Lo spirito critico del filosofo Galvano della Volpe (1895-1968) lo ha condotto a una serie di profonde «auto-revisioni», dal fascismo a un marxismo «eterodosso», declinato come scienza storico-sperimentale, sino a una certa valorizzazione del cristianesimo. Tuttavia, nessuno si sarebbe immaginato l’ultima «auto-revisione», al termine della sua vita, confermata dalla testimonianza della nipote di della Volpe, suor Monica: alla fine non ci sono più né Marx né Engels, ma l’unica cosa che conta è Cristo.

Galvano della Volpe era mio zio, il maggiore di sei figli maschi di Lorenzo della Volpe e di Emilia Scali.
Non ho conosciuto nonno Lorenzo, morto improvvisamente di un incidente cerebrale, ma secondo i racconti dei miei genitori lo conosco come un uomo dall’intelligenza brillante, spirito illuminista, ironico, tratto passato in tutti i suoi figli.
Credo fosse chimico, faceva il nobiluomo spiantato (avendo suo padre, come si diceva in famiglia, «mangiato il patrimonio con cavalli e ballerine», ma la madre, nostra bisavola, non era da meno, con gioielli e cicisbei) e l’inventore. Alcune delle invenzioni erano valide, ma queste gli venivano puntualmente sottratte da qualche socio disonesto. Aveva sposato Emilia Scali per l’eredità, che era ben presto stata consumata. C’era stata qualche altra eredità, non so bene da chi; ogni volta che le risorse arrivavano si cambiava casa e si ricominciava con salotti e inviti. Quando le risorse finivano si ripiegava su modesti alloggi, seguiti solo dalla fedele tata dei sei ragazzi, Elvira. La sposa di Lorenzo, Emilia era una donna di sincera fede e devozione cristiana, ma del tutto inadeguata ad affrontare una vita povera, alla quale era impreparata, e una famiglia tutta di maschi. Non sapeva come portare una casa, ma nemmeno come abbigliare sé stessa senza l’aiuto della cameriera; e spesso l’angina pectoris e il letto erano per lei l’unico rifugio. Soffriva nel vedere i figli crescere secondo la mentalità paterna, irriverente per le cose sante; ma la sua pedagogia delle mancette per convincerli ad andare a Messa, era inefficace quanto i buoni direttori spirituali che cercava di procurare loro e che venivano apertamente irrisi.
A un certo punto Lorenzo aveva potuto comperare una farmacia in posizione centrale a Bologna, un vero affare, e proposto ai figli allora in età di studiare farmacia. Ma la risposta fu: «Noi non vogliamo fare i bottegai» e la farmacia fu venduta.
Certamente Galvano, il maggiore, aveva conosciuti i tempi migliori, che mio padre Gastone, l’ultimo, non aveva visti mai. Mio padre aveva una venerazione per questo fratello grande, professore e giovane filosofo, che ricordava seduto al caffè Zanarini circondato da un nugolo di discepoli.
Mia madre, che amava sinceramente e filialmente la suocera e aveva rispettato il suocero, detestava fortemente lo zio Galvano, che riteneva l’unico colpevole della «conversione» di mio padre «alla fede marxista», come a volte si diceva. Aveva sposato un cristiano e si era ritrovato un marito sinceramente convinto di questa perniciosa ideologia, e non poteva perdonare il cognato di questo fatto che segnò sempre il loro matrimonio e la pace famigliare. In casa dunque si parlava ben poco di zio Galvano. C’era qualche libro, è vero, ma nessuno di noi li leggeva; io provai una volta ma desistetti subito, dato il linguaggio filosofico molto ermetico, che ho sentito ricordare anche da esperti come una sua caratteristica.

Lo zio, per problemi ideologici e politici, era stato relegato all’Università di Messina, dove rimase sempre; con la famiglia si era trasferito a Roma, a Bologna non veniva mai, dunque non ci si frequentava e io non lo conoscevo. Veniva invece a trovarci tutti gli anni sua moglie, la zia Adriana. Era una donna buona e cordiale, di sinceri sentimenti cristiani, anche se imbevuta della fatuità dell’ambiente aristocratico che frequentavano – di cui a casa mia non v’era traccia. Da lei ho sentito alcune battute su mio zio, frecciate che riceveva dalle nobildonne nei salotti e che riguardavano il comportamento frivolo o libertino di suo marito; frasi che non meritano di essere ricordate.

Fra l’ammirata devozione di mio padre e la bassa stima delle donne di famiglia, la mia opinione sullo zio genio era dunque abbastanza confusa.

Dopo la maturità feci un viaggio a Roma, e mi recai a visitare gli zii. Vivevano separati, in due appartamenti non distanti, perché la zia non sopportava più le frequentazioni intellettuali e troppo originali di suo marito. Mi disse che l’amico più affezionato – a lei molto antipatico – era Pierpaolo Pasolini, che lo zio prendeva in giro chiamandolo «misticone» per i suoi interessi religiosi, ma la cui compagnia apprezzava. Lo zio mi invitò cortesemente a pranzo, noi due soli, e facemmo conoscenza; mi interrogò su ciò che aveva sentito, cioè che avevo «profonde convinzioni religiose». Alla mia conferma, mi disse che era un «sentimento rispettabile» e cambiammo argomento.

Trascorsi alcuni anni, mi recai nuovamente a Roma, questa volta per congedarmi da questi parenti che così poco conoscevo, essendo in procinto di entrare in monastero.
Lo zio era gravemente ammalato, mi ricevette a letto. Dopo i primi convenevoli, mi disse che desiderava completare il capitolo di un libro che stava scrivendo, e mi chiese se poteva dettarmelo. Acconsentii volentieri. Era molto affaticato, mi dettò poche frasi non ben connesse, ma quale fu la mia sorpresa quando dettò chiaramente: «Alla fine non c’è più né Marx né Engels, ma solo Gesù Cristo!». Era ciò a cui voleva arrivare.

Ci fu un silenzio, poi mi chiese: «Quanto ho dettato, saranno tre o quattro pagine?». «No zio, meno di una pagina». Seguì un altro silenzio, si lamentava un poco, disse: «Sono come Cristo in Croce». Zia Adriana poi mi confermò di averlo sentito altre volte. Era troppo stanco, l’incontro era finito. La morte sopraggiunse dopo non molto tempo.

Ho sempre ritenuto provvidenziale questo incontro.

* Questo importante ricordo della nipote del filosofo marxista Galvano Della Volpe è stato pubblicato in "Studi cattolici" del 19 settembre 2017.
La storia raccontata da Suor Monica, nipote di Galvano Della Volpe, ha davvero dell’incredibile: grazie all’ultimo numero di Studi Cattolici e all’appassionato articolo di Antonio Socci, è possibile venire a conoscenza della clamorosa conversione del filosofo marxista considerato il padre del ’68 italiano, nonché una delle più fulgide menti dell’ideologia e cultura comunista. Una conversione, semplice, in punto di morte comunicata alla nipote che stava per entrare in monastero e che era comunque rimasta legata allo zio comunista nonostante il rifiuto della famiglia cattolica di tradizione. Il racconto e la preziosa testimonianza sono rese da Suor Monica Della Volpe, oggi Madre Badessa di un monastero trappista, al mensile diretto da Cesare Cavalleri. Con un lungo articolo apparso su Libero lo scorso 29 ottobre, il giornalista Socci ricostruisce l’epopea culturale, filosofica e umana di Galvano, forse il più grande amico di Pier Paolo Pasolini e da sempre considerato come uno “spacca-pensatori” dato il suo passato fascista e la sua “conversione” al comunismo. Da Gentile e dalla passione per Hegel che lo condusse fino al fascismo, si ebbe a “ravvedersi” per giungere nelle braccia del Pci e di Marx: non fu l’unico intellettuale italiano che fece lo stesso percorso e per questo venne attaccato e non poco dall’intellighenzia sia di destra che di sinistra. «Solo la volgarità di questi anni un po’ meschini ha potuto inserire il nome di Della Volpe tra i ‘redenti’, che con disinvoltura passarono dal fascismo al comunismo. Il suo approdo al marxismo avvenne in realtà su un rigoroso e trasparente profilo di scientificità», scrive Michele Prospero sull’Unità (citato sempre da Socci, ndr).

L’AMORE PER CRISTO IN PUNTO DI MORTE

Il racconto però offerto dalla Suora nipote è ancora più interessante delle migrazioni filosofiche e politiche del pur grande Della Volpe; perché racconta una storia nella storia: la conversione di Galvano Della Volpe, ma anche la costanza e l’affetto che una giovane futura suora, timorata di Dio e molto cattolica, teneva ancora per quello zio “libertino” e “idolatrante” Marx ed Engels che ebbe anche la “colpa” di aver portato sulla via del comunismo il padre di Monica e fratello di Galvano. La mamma della Badessa non lo ha mai perdonato il filosofo marxista proprio per quella sua colpa ancestrale: eppure, nonostante questo, Suor Monica è andata oltre e si è occupato dello zio cui voleva bene fino a poco prima di entrare in monastero. Fu proprio in uno di quegli ultimi incontri che avvenne l’impensabile. «Lo zio era gravemente ammalato, mi ricevette a letto. Dopo i primi convenevoli, mi disse che desiderava completare il capitolo di un libro che stava scrivendo, e mi chiese se poteva dettarmelo. Acconsentii volentieri. Era molto affaticato, mi dettò poche frasi non ben connesse, ma quale fu la mia sorpresa quando dettò chiaramente: ‘alla fine non c’è più né Marx né Engels, ma solo Gesù Cristo!’. Era ciò a cui voleva arrivare. Ci fu un silenzio, poi mi chiese: ‘quanto ho dettato, saranno tre o quattro pagine?’ ‘No zio, meno di una pagina’. Seguì un altro silenzio, si lamentava un poco, disse ‘sono come Cristo in Croce’. Zia Adriana poi mi confermò di averlo sentito altre volte. Era troppo stanco, l’incontro era finito. La morte sopraggiunse dopo non molto tempo». La testimonianza è incredibile, la conversione ancora di più, specie per chi era stato per anni accusato di un’altra conversione, politica, dal fascio al soviet: come giustamente dice Socci, «Tutto svanisce: Hegel, Marx e le consorterie filosofiche, gli amori e le donne, la politica, il Pci, il fascismo e le ideologie. Tutto dissolto come nebbia al sole: “alla fine non c’è più né Marx né Engels, ma solo Gesù Cristo». Dal filosofo all’uomo, un pensatore che ebbe il coraggio di sostenere negli ultimi suoi giorni la “battaglia” culturale più ingente: abbandonarsi liberamente alla ragione di un Altro, senza “capitale” e senza “proletariato”, ma semplicemente un Altro che veramente potesse liberare l’uomo.




lunes, 5 de enero de 1998

II Jornadas de Canto Gregoriano.Tropos, secuencias, Teatro Litúrgico Medieval.


Zaragoza 3 - 12 de noviembre de 1997
Coordinación: LUIS PRENSA - PEDRO CALAHORRA
Organiza: Cátedra de Música Medieval Aragonesa, Sección de Música Antigua, de la Institución "Fernando el Católico".
Colaboran: Caja de Ahorros de la Inmaculada (Servicio de Cultura).
Excma. Diputación Provincial de Zaragoza. Parroquia de San Pablo . Monasterio de Veruela.

"TROPOS - SECUENCIAS - TEATRO LITÚRGICO MEDIEVAL"

Como una leve, insignificante y simple semilla que es llevada a su desconocido destino por el suave viento o el huracanado temporal, mas allí, en su nuevo destino, se asienta, arraiga y calladamente pone en marcha su proceso de fértil germinación; y los largos tiempos la encuentran hecha robusto y frondo arbusto, así podemos imaginar al canto gregoriano.

Impulsado por los violentos vientos de una historia religioso-política, el gregoriano alcanzó tierras lejanas; y allí se implantó con crecida y poderosa fuerza, llegando a suplantar otras formas musicales. Su interna fuerza germinal se extendió para ocupar todos los espacios sonoros abandonados y las formas musicales litúrgicas suprimidas. Y de su vigor germinal florecieron nuevas formas litúrgicas, nuevas ideas culturales, nuevas melodías que ocuparon emocionalmente el espacio cultural, vivencial y religioso dejado por aquellas. Y floreció maravillosamente porque pudo desarrollarse en el ámbito de libertad existente en unas iglesias locales llenas de vida, de imaginación, de invectiva, a las que, poco a poco, la fuerza iconoclasta que llevó el gregoriano hasta las mismas, acabó por sofocar.

Las II JORNADAS DE CANTO GREGORIANO nos ofrecen sus frutos. Los tropos expansivos de sentimiento y melodías; las secuencias impregnadas de fresco lirismo, de popular cadencia; y la eclosión de la palabra y la melodía hechas escena, representación, pasión, drama, visión peculiar del sentimiento, representación del misterio, concretada en el teatro litúrgico.
La semilla inicial ha llegado hasta nosotros. Echó a volar en las I Jornadas, que todos recordamos con agrado. En estas Segundas la vemos florecer.

Es un gozo para todos los "Amigos del Canto Gregoriano", los amantes de la cultura, de la música. A todos ellos van dedicadas las presentes Jornadas. La apertura hacia el misterio que envuelve al Canto Gregoriano nos hace gozar con el mismo".


CÁTEDRA DE MÚSICA MEDIEVAL ARAGONESA.
Institución "Fernando el Católico".
Zaragoza, noviembre de 1997.

Programa:
Dia 3,
lunes: 20 h.
Conferencia
Salón de Actos CAI TROPOS Y SECUENCIAS: EL DIÁLOGO CANTADO.
Asunción GÓMEZ PINTOR.
Universidad de Salamanca

Junto a los cantos de la iglesia cristiana de Occidente recogidos bajo el nombre genérico de "canto gregoriano", la Edad Medía nos ha transmitido un vasto repertorio melódico que supone una evolución en la lengua latina, la melodía y la propia liturgia. Las formas que lo representan, denominadas "paralitúrgicas", suponen el comienzo de todo un proceso artístico-musical en gestación. En este vasto conjunto de nuevas estructuras, los tropos y las secuencias constituyen los puntos de partida esenciales para otras manifestaciones trascendentales en la historia de la música.

Dia 5,
miércoles: 20 h.
Conferencia
Salón de Actos CAI DEL TROPO AL TEATRO LITÚRGICO MEDIEVAL.
Eva-María CASTRO CARIDAD.
Universidad de Santiago de Compostela

La Edad Media nos ha transmitido una ingente cantidad de composiciones literario-musicales escritas en latín, que conocemos con el nombre genérico de "Drama Litúrgico". Estas piezas aparecen a lo largo y ancho de Europa desde el siglo IX hasta bien entrado el siglo XVI. Durante años, los críticos han querido ver en estas obras, que describen momentos precisos de la vida, muerte y resurrección de Cristo, una manifestación específica del "Teatro Medieval". Sin embargo, en la actualidad se
reconoce que tales piezas han de ser entendidas como ceremonias litúrgicas del hermoso rito romano, puesto que, en realidad, hasta el siglo Xll Europa no recuperó la capacidad de escribir obras teatrales, debido al hecho de que el concepto "Teatro" se fue desvaneciendo desde finales del Mundo Antiguo. La conferencia "Del tropo al drama litúrgico" intentará exponer de manera sencilla y amena las peculiaridades del rito litúrgico en que se insertó el Drama, los tipos de Dramas, su difusión y trascendencia durante siglos.

Dia 7,
viernes: 20 h. Conferencia y Audiovisuales
Salón de Actos CAI DUE ESEMPI DI DRAMA LITURGICO: IL QUEM QUAERITIS DI CIVIDALE (XII SECOLO) E L'ORDO RACHELIS DI ORLEANS (XII SECOLO).
Federico DOGLIO.
Università di Roma (Italia)

En síntesís, el "Quem quaeritis" de Cividale (s. Xll) y el "Ordo Rachelis" de Orléans (s. XlIl), los dos ejemplos de drama litúrgico sobre los que versa esta conferencia, representan dos momentos significativos del desarrollo de la liturgia dramática que asume gradualmente caracteres de drama sacro. Mientras el primer ejemplo muestra la evolución del tropo del que procede, en una liturgia en la que cuatro personajes en movimiento desarrollan el episodio de la Magdalena que encuentra a Cristo y el final de la secuencia de Wipo, "Victimae paschali laudes", el segundo ejemplo constituye, fuera del contexto litúrgico, un verdadero y auténtico drama, cantado en la iglesia, inspirado en el pasaje de la degollación de los inocentes y el antiguo Llanto de Raquel.
El "Quem quaeritis", que podremos ver en el vídeo durante la conferencia, fue interpretado en la iglesia de San Sixto, de Viterbo, por los benedictinos de San Anselmo de Roma el año 1976. Asimismo el "Ordo Rachelis" fue interpretado por un grupo de laicos, denominado "Una Voce", en la iglesia de Santa María "sopra la Minerva", de Roma, el año 1989.

Dia 9,
lunes:
Canto
. 12 h. Misa V "In Festis Duplicibus"
. 16 h. II Vísperas del Domingo
GREGORIANO EN EL MONASTERIO DE VERUELA
Iglesia del Monasterio de Veruela (Zaragoza)
Coro «Amigos del Canto Gregoriano»
Schola Gregoriana «Domus Aurea». Dir. Luis PRENSA.
Organista: Jesús GONZALO LÓPEZ.

12 de la mañana
Misa con el canto del propio del Domingo XXXII del tiempo del tiempo litúrgico "per annun".
El ordinario de la Misa V. In Festis Duplicibus "Cunctipotens Genitor Deus".
Aclamaciones carolingias. Antífonas gregorianas.

4 de la tarde
II Vísperas del Domingo en Canto Gregoriano

Dia 10,
lunes: 20 h.
Conferencia
Salón de Actos CAI TROPOS Y SECUENCIAS EN LA PRÁCTICA MUSICAL.
Luis PRENSA VILLEGAS.
Conservatorio Superior de Música de Zaragoza.

Las piezas elegidas para el recital de canto gregoriano de estas II Jornadas, así como para la Misa del Monasterio de Veruela, son un testimonio valioso de la transición que se efectúa desde una interpretación puramente litúrgica del canto gregoriano hacia una práctica paralitúrgica, íntimamente ligada al mundo cultual de la iglesia occidental. Estas piezas servirán, pues, para ilustrar el aprendizaje que hacía el hombre del medievo de estas formas musicales, de cara a su correcta interpretación. La previa asimilación de cada uno de los mensajes de las obras, así como su puesta en práctica adoptando los diversos papeles de este gran teatro que es la liturgia, ayudarán a entender mejor la influencia del culto y de su entorno en la psicología de hombres y mujeres de la Edad Media. Aprender música viva para la práctica; practicar la música viva para aprender.

Dia 12,
miércoles: 20 h. Conferencia
Salón de Actos CAI PERVIVENCIA DEL TEATRO LITÚRGICO MEDIEVAL EN EL SIGLO XVI EN LAS IGLESIAS DE ZARAGOZA.
Pedro CALAHORRA MARTÍNEZ.
Sección de Música Antigua de la Institución «Fernando el Católico»

Los Libros de Cuentas o de Mayordomía, también denominados Libros de (la) Fábrica de las catedrales y de las iglesias parroquiales con cabildos de clérigos de los siglos XV y XVI, aportan noticias de gastos que corresponden a representaciones teatrales o dramatizaciones de las festividades que se han ido celebrando durante el año litúrgico. A veces son meros indicios; otras veces permiten intentar reconstruir cómo eran estas representaciones litúrgicas. Asimismo los vetustos libros de Consuetas con las más arcaicas costumbres de los cabildos y los más recientes Libros de memorias en los que los diligentes clérigos recogieron las tradiciones cultuales que se venían observando en su tiempo, dan noticias Interesantes sobre representaciones litúrgicas o con motivación religiosa que, por lo general, nacieron en el medievo y perviven todavía en aquellos siglos; o que han nacido posteriormente, al amparo y con el impulso de aquellas más antiguas.
El flamear de banderas ondulantes mientras avanza el canto del himno "Vexilla regis prodeunt" ("Avanzan victoriosas las banderas del Rey"); las "ystorias" del Monumento; la escenificación de la Resurrección del Señor con la expresión y el gusto renacentista; la venida del Espíritu Santo en vuelo de paloma, acompañado con el zureo real de palomos y lluvia de pétalos de rosa, eran comunes en todas las iglesias de Aragón, por no decir de toda España; y otras representaciones más esporádicas o más locales, como representaciones de la noche de Nadal o nacimiento del Señor, o el posterior Auto de Pastores en su octava, por poner algún ejemplo, están anotadas, a veces detalladamente, en los mencionados libros de gastos y expensas de las iglesias zaragozanas y aragonesas. Y esto es lo que se pretende dar a conocer en esta conferencia.

Dia 13 diciembre,
sábado: 20 h.
Recital
Iglesia Parroquial de San Pablo RECITAL DE CANTO GREGORIANO.
TROPOS - SECUENCIAS - TEATRO LITÚRGICO MEDIEVAL
Iglesia de San Pablo - Zaragoza.
Schola Gregoriana «Domus Aurea». Dir. Luis PRENSA.
Organista: Jesús GONZALO LÓPEZ.

I. MÚSICA IN DRAMA. Textos Dramáticos.
ÓRGANO: Media Vita.Simón Lohet (ca.1550-1611).
I . MEDIA VITA. Notkerius Balbulus (s. X).
Responsorio.
2. EXSURGE DOMINE.
Introito de la Dominica in Sexagesima.
II. DRAMA IN MUSICA. Diálogo cantado.
ÓRGANO: Da pacem. Arnolt Schlick (1460-1521).
3. VIDENS DOMINUS.
Communio de la Dominica V in Quadragesima.
Interlocutores: Cronista y Cristo.
4. NEMO TE CONDEMNAViT.
Communio de la Dominica V in Quadragesima.
Interlocutores: Cristo y la mujer.
5. DOMINE, TU MIHI LAVAS PEDES?
Antífona del Lavatorio de los pies del Jueves Santo.
Interlocutores: Pedro, cronista y Cristo.
6. DICIT DOMINUS: IMPLETE HYDRIAS.
Communio de la Dominica II per annum.
Interlocutores: Cronista, Cristo, y el architriclinus.
lIl. TROPOS Y SECUENCIAS. Hacia el drama Litúrgico.
ÓRGANO: Puer natus. Hans Buchner (1438-1538).
7. PUER NATUS EST.
Introito tropado de la misa In Nativitate Domini.
8. QUEM QUAERITIS (Benevento. Biblioteca capitular,
Vl-34, fol. 1 22v.).
Introito tropado y escenificado de la misa In
Resurrectione Domini.
Interlocutores: Angeles, cristianos y coro.
9. VICTIMAE PASCHALi LAUDES. (Wipo de Borgoña,
s. XI)
Secuentia, con representación, de la misa In
Resurrectione Domini.
Interlocutores: Coro, ángel, mujer primera, mujer
segunda, mujer tercera.
ÓRGANO: Victimae paschali laudes. Henri Bach
(1615-1629).
IV. TEATRO LITÚRGICO MEDIEVAL.
10. LOS DISCIPULOS DE EMAÚS.
(Ms. de la Abadía de S. Benoït-sur-Loire. Biblioteca de
Orléans).
Interlocutores: Peregrinus, Dominus, dos discípulos,
chorus y Thoma.
ÓRGANO: Glosa improvisada sobre la melodía del
himno final Salve festa dies.

Luis Leprince-Prensa Villegas.

Luis Leprince-Prensa Villegas.  ¿Toda mi vida?   La mystique dans l'art, la mystique dans la vie, la mystique dans la nature, voilà ce q...